6 mar 2014

Ornamenti, contaminazioni e razionalità

Dagli anni ’70 i teorici del postmoderno hanno sdoganato un approccio ludico e narcisista all’architettura (ovviamente condito con una sufficiente dose di auto-referenzialità). Il garante della post-modernità resta l’architetto chiamato a certificare i riferimenti pop, classici, ambientalisti o digitali.
E quando mancano tanto l’architetto quanto un progetto consapevole? Resta solo la tradizione e la sudditanza culturale oppure appaiono come d’incanto segni, espressioni, forme, soggetti?
Prendiamo, ad esempio, quattro immagini (procedendo in senso orario dall’alto a sinistra):
- il dipinto invitante nell’albergo ristorante al bordo di uno slum a Nairobi (Kenya),
- la nave sulla facciata in un villaggio rurale nei pressi della Valle dei Re a Luxor (Egitto),
- il ritratto di Maradona nel quartiere della Boca a Buenos Aires (Argentina),
- le scritte sul ponte bombardato a Mostar (Bosnia Erzegovina).


Difficile negare che a partire da luoghi e motivazioni così disparate resti riconoscibile l’intimo bisogno che accomuna il sottoproletario argentino e il contadino egiziano, il piccolo imprenditore keniota e il punk bosniaco. Tutti vogliono, o forse devono, riappropriarsi del proprio ambiente. Lo spazio circostante e gli oggetti persistenti debbono tornare a raccontare la storia e i sentimenti di chi li abita. Qualunque mediazione “progettuale” ostacola o inibisce queste modalità di espressione.
Oltre al punto di partenza anche il punto di arrivo della quattro realtà citate presenta per lo meno due elementi comuni. Innanzi tutto gli strumenti utilizzati sono gli stessi: il colore e il racconto. Rivestimenti policromi sono utilizzati anche nelle architetture pre e post moderne. Ma in Gaudi  o Venturi le decorazioni sono figlie del genio creativo e poste al servizio dell’architettura. La barca che evoca il mare in pieno deserto racconta un sogno, un desiderio del tutto indipendente (e forse antagonista) dalla casa sulla quale è dipinta. Anche gli avventori del ristorante evocano un confort poco assimilabile a una costruzione precaria.
Infine l’altro fattore, che rende le decorazioni non una manifestazione accessoria ma un dato di primaria importanza, riguarda le contaminazioni. Il dipinto e il collage possono assimilare linguaggi e suggerimenti estranei senza per questo mettere in discussione l’identità culturale dei singoli e delle collettività. La cosiddetta arte di strada nelle periferie più remote come nei centri metropolitani mescola senza pudore tutti i possibili linguaggi figurativi.

28 feb 2014

Processi di autorganizzazione

Quando facciamo cadere della sabbia, della terra, delle pietre o biglie vediamo come si accumulano in verticale. la relazione tra la sua altezza e la base dipenderà dalla dimensione, forma e quantità degli elementi come dall'attrito che si genera tra loro.

Se immaginiamo di applicare dei limiti la forma di aggregazione non sarà più quella conica, ma, per esempio, cilindrica o cubica nel caso di una brocca d'acqua. Se questi limiti immaginari fossero il vuoto che ci circonda, allora le pietre che cadono inizierebbero a formare i muri che delimitano la nostra stanza.

Il pieno e il vuoto interagiscono nella definizione dello spazio che ci circonda.

Se osserviamo la caduta degli elementi con differenti forme geometriche a diverse dimensione (più piccola o più grande) gli elementi si accumulano l'uno sull'altro. Il processo è casuale ma non libero.

I processi legati alla caduta all'interno di limiti prestabiliti definiscono l'auto-organizzazione dell'insieme. Nel video proponiamo il gioco tra il vuoto come limite immaginario e il processo di aggregazione auto-organizzata di diverse forme (cubo, piramide e sfera) per definire le pareti della nostra stanza.

In natura tutto ció si mimetizza e si confonde con l'erosione del vento, la crescita delle piante con le loro radici, le pietre che si spaccano o la sabbia che si compatta con il tempo...

In architettura resta a noi ricercare la poesia tra gli elementi per (ri)stabilire una relazione tra costruito e natura.




6 gen 2014

Riguardo ai sistemi autorganizzati (prima parte)

Parlare di auto-organizzazione è scivoloso. Perché le definizioni fornite da biologi e matematici appaiono inaccessibili ai più (compreso lo scrivente). Perché gli algoritmi rappresentativi di sistemi autorganizzati sono di difficile accesso e applicazione.
Eppure può essere molto semplice produrre o riprodurre sul proprio tavolo da lavoro un insieme di elementi che suggeriscono forme di autorganizzazione.
Basta prendere un contenitore alimentare (quello del latte o dei succhi di frutta), pulirlo e tagliarlo a strisce. Nessun problema se i pezzi non saranno tutti uguali. I margini di tolleranza sono ampi, anche se non infiniti.
Incurvando le strisce di carta e plastica su se stesse e unendo gli estremi con una volgare cucitrice a punti metallici, vengono fuori degli anelli relativamente piccoli (4 o 5 cm di diametro, 1 o 2 cm di altezza). Anelli che possono essere uniti tra loro sempre con la cucitrice.
Il modo di giunzione degli anelli rappresenta il criterio di autorganizzazione per un sistema seppure così tanto casareccio e poco aristocratico. Scegliamo il più semplice, quello complanare: accostiamo gli anelli disposti su uno stesso piano e cuciamoli nel punto di contatto. Se gli anelli sono tutti uguali e ognuno è circondato da 6 anelli, il risultato è una superficie piana bucata. Ma gli anelli non sono tutti uguali e la superficie tende a incresparsi. Se poi ogni tanto un anello manca tende a formarsi una calotta.
La flessibilità del materiale permette la deformazione degli anelli che da tondi diventano ovali, oblunghi, distorti. E la deformazione degli anelli permette la modellabilità della superficie. Ogni elemento del sistema si organizza soltanto in funzione degli elementi vicini, come recita la principale definizione del principio di autorganizzazione. Nello stesso tempo i margini di tolleranza applicati a un elevato numero di ripetizioni generano una forma, un assetto complessivo del sistema con una propria identità figurativa.

La natura è piena di textures generate dalla ripetizione all’infinito di un elemento o meccanismo riproduttivo: coralli e spugne mantengono allo scoperto tanto gli elementi primari che si ripetono l’uno attaccato all’altro, quanto la variabilità delle combinazioni che lo stesso meccanismo riesce a produrre.
Anelli di carta e punti metallici servono a costruire dei macro-coralli? Giocando sulle deformazioni degli anelli, i raggi di curvatura della superficie passano dal molto stretto (1 o 2 diametri) all’infinito e la forma del macro-corallo si lascia modellare orientata o ispirata dalla bio-similitudine.

Considerazioni al margine:
- le prestazioni strutturali della forma generata dagli anelli è incredibilmente superiore alle strisce di carta utilizzate per costruirla;
- la deformazione sistematica degli anelli, necessaria alla modellazione del macro-coralli, producono un modello fisico fotografabile e testabile ma non traducibile un modello grafico e, meno che mai, in un modello strutturale;
- la bio-similitudine non riguarda tanto il materiale di partenza o la configurazione di arrivo, quanto il meccanismo di aggregazione e crescita degli elementi costitutivi.

18 dic 2013

I sistemi cellulari di cavi: la leggerezza della sostenibilità.

Riportiamo il poster e il testo del abstract di uno dei due progetti esposti nella mostra 100 Concetti celebrata in occasione del congresso R.E.D.S. (Rome Ecological Design Symposium).

 

La ricerca sui “Sistemi cellulari di cavi” ha l’obbiettivo di proporre un sistema leggero, in cui l’uso dei materiali sia minimizzato. Lo studio è articolato in due parti, la prima sviluppa il sistema costruttivo attraverso l’utilizzo dei modelli fisici e la manipolazione del materiale; la seconda si concentra sull’analisi del comportamento strutturale, approfondendo il fenomeno dello scorrimento tra i cavi e attrito. Tali strutture appartengono alla tipologia delle reti di cavi, con la particolarità che la maglia è generata dall’aggregazione di elementi monodimensionali discontinui, uniti tra loro da nodi scorrevoli attraverso un processo reiterativo. La rete bidimensionale viene portata ad uno stato di tensione (o pre-tensione), definendo il sistema tridimensionale della struttura resistente: la maglia ricorda o riproduce le cellule dei tessuti vegetali e le relative modalità di aggregazione.

10 dic 2013

La biomimetica come strumento di progetto. Struttura in pneumatici riciclati bio-ispirata al cactus.


Riportiamo il poster e il testo del abstract di uno dei due progetti esposti nella mostra 100 Concetti celebrata in occasione del congresso R.E.D.S. (Rome Ecological Design Symposium).





La proposta valuta l’applicazione della biomimetica come un processo metodologico delle scelte progettuali. Il progetto sviluppa una maglia per la costruzione di coperture tese, definendo più livelli di analisi biomimetica.