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13 dic 2018

Albero di Natale che passione!

Ovvero idee dell'ultimo momento per non avere il solito triste albero.


L’albero di Natale è una prova da non sottovalutare. Lo sbirciano i vicini che ne intravedono l’intermittenza dalla finestra. Lo giudicano i parenti quando vengono a fare gli auguri. Determina i ricordi d’infanzia dei figli.  A Roma, l’anno scorso, si è rischiato l'impeachment per un albero di Natale... Per cui non prendete l’argomento sotto gamba.

 

Prima questione: vero o di plastica?

Mi spiace: nessuno dei due. Nel primo caso state utilizzando un albero vivo che qualcuno ha tagliato via dal suo ambiente naturale. Gli abeti hanno una vita molto più lunga della nostra e, anche solo per questo, vanno rispettati. Anche se coltivati appositamente per essere decorati a Natale, la voglia di tradizione non è sufficiente a giustificare né lo spreco di denaro legato al loro acquisto, né la loro morte.
Nel secondo caso, l’albero artificiale è almeno venti volte più inquinante di quello vero: il suo processo produttivo è molto energivoro e i materiali che vengono impiegati sono molto tossici (plastiche, vernici…). E poi è veramente triste!  
Quindi? Tocca ingegnarsi… 

Seconda questione: non ho alcuna idea.

Non è vero. Di esempi se ne vedono tanti, basta fare una ricerca a caso sul web, che ne so: “albero di Natale in cartone”. Ce ne sono di tutti i tipi, da comprare o da fare. Tra quelli da comprare a me è piaciuto questo firmato dall’azienda Reno de Medici, multinazionale italo-canadese che opera nel business della carta. E’ realizzato con il 100 % di fibre di cartone riciclato. E’ disponibile in più versioni e non necessita di decorazioni aggiuntive. Nonostante questo, alcuni modelli neutri, sono stati realizzati in modo che i bambini possano divertirsi con colori, collage e addobbi, proprio come avviene per quelli tradizionali.

       

Oppure provate da soli, potete usare il cartone degli scatoloni se avete appena fatto un trasloco, oppure vecchi rotoli (chiedete nelle copisterie o centri stampa, ne hanno tantissimi). Questo per esempio è stato realizzato utilizzando proprio dei tubi di cartone raccolti in una tipografia. Lo ha fatto Valeria Fazzi che, ogni anno, inventa alberi originali per il Bar-Ristorante-Albergo 64 Rooms di Enna. Valeria ha scelto i rotoli uno per uno. Molto bello il gioco con le diverse sezioni dei tubi, legati dal filo delle luminarie. All’interno di ogni tubo un oggetto o una decorazione.

Terza questione: non ho il tempo, mi serve qualcosa di più veloce.

Ok, mettiamola così: andate a fare una passeggiata in campagna, cercate un ramo morto, magari spezzato dall’ultima pioggia o vento, raccoglietelo e portatelo a casa (se uno non basta prendetene diversi da comporre insieme per ottenere la forma che meglio si addice ai vostri gusti e allo spazio che avete a disposizione).

Potete: lasciarlo del suo colore grigio naturale oppure colorarlo con una vernice a vostro piacimento (bianca, oro, argento, verde, rossa…), e poi decorarlo. Scegliete voi il tema: rosso e dorato; argento e verde; bianco e blu; arancio e oro; grigio inverno e rosa o viola o verde o tutte insieme. Aggiungete capelli d’angelo, ghirlande, lampadine a intermittenza e tutto quello che vi viene in mente.



Quarta questione: il gatto (o bimbo/a che gattona).

In tal caso optate per la bidimensionalità. Scegliete una parete della casa e disegnate il vostro albero. Utilizzate un filo di lana, oppure le lampadine ad intermittenza e disegnate la semplice forma dell’albero di Natale, poi aggiungete eventuali decorazioni. Oppure utilizzate i Washi Tapes, ce ne sono di tutti i tipi; o ancora la lavagna, il famoso cartone avanzato dal trasloco (ma questa volta ritagliato a dovere), i post-it, i cd vecchi che avreste dovuto buttare già cinque anni fa, etc…

Io ancora non l'ho fatto e credo che l'unica mia possibilità sia questa qui sotto: "L'albero degli stracci", un po' (alla Pistoletto) una denuncia al Natale consumistico!

Fonte delle fotografie: Web 

12 apr 2018

La casa per una generazione nomade come la nostra

La casa dove vivono i miei genitori è grande. L’hanno costruita negli anni risparmiando ogni lira (prima del 2000) e ogni centesimo (dopo il 2000). Ha quattro piani, perché noi siamo quattro figli. Ognuno sa dove andare a dormire quando, per brevi periodi, torniamo “a casa”. Per il resto dell’anno viviamo in quattro Stati diversi: tre europei e uno mediorientale. Non credo che i miei genitori abbiano mai pensato che noi saremmo rimasti a vivere con loro anzi, l’anno in cui io sono nata sapevano già che saremmo partiti tutti: prima per studiare e poi per lavorare. Il loro pensiero è sempre stato quello di costruire un luogo dove poter “tornare”, perchè anche se saremmo stati nomadi per tutta la vita “sapere dove tornare è fondamentale”.
A dire il vero non so se questo mi abbia aiutata. Intendo dire che forse, libera di andarmene non lo sono stata mai.
Ora vivo in un luogo che non sento mio ma la cosa sorprendente è che nessun luogo nel quale ho vissuto (né tantomeno quello da cui sono andata via circa venti anni fa) mi appartiene più. E ne soffro.

La casa non è una sola, in partenza da Catania per rientrare a Berlino - foto © Laura Tallarida 2015


Il paguro o anche detto granchio eremita porta con se la sua casa che cambierá mano a mano che  cresce - foto © Ludovica Rossi 2012 spiaggia in Sri Lanka

Quando io, a mia volta, sono diventata genitrice, ho pensato che la cosa che avrei voluto per mia figlia era che fosse veramente nomade. Nomade come chi rifiuta sostare in un territorio definitivo e percepisce tutto il mondo come un possibile luogo d’azione. E ne è felice. Nomade come chi trova nello spostamento continuo la condizione privilegiata per diffondere e mettere a frutto le proprie conoscenze, idee, capacità fisiche o intellettuali. E vuole vivere così. Ora, con molta probabilità, le mie figlie (che intanto sono diventate due) appena ne avranno la possibilità, vorranno tornare da dove sono partita io e non si vorranno muovere più. Eppure la società di oggi, quella “globale”, in cui loro sono nate e nella quale stanno crescendo, è una società estremamente nomade.
Nomade è il migrante che si sposta per necessità, lo scienziato che viaggia da un’università all’altra cercando un luogo favorevole alle proprie ricerche, l’uomo d’affari che si sposta tra una sede e l’altra dell’azienda in cui lavora, viaggiando da un continente all’altro. Ognuno di loro trascorre la propria esistenza senza legarsi ad un territorio determinato. Come i nomadi del passato, oggi ci si sposta continuamente allacciando relazioni sempre nuove e seguendo un destino indipendente da quello degli altri membri della famiglia di origine.
In quest’ottica la casa grande che i miei genitori hanno costruito non ha alcun senso ora e non lo avrà in futuro.

  
Stime dei  flussi migratori tra i primi 50 paesi di provenienza e destinazione (Fonte qui)
Pubblicitá casa mobile Hotel Amigo della FIAT 1981 (Fonte Pinterest)

La casa del futuro è un’abitazione piccola, facile da trasportare e autosufficiente per poter sostare ovunque nel mondo; senza allacci, permessi, fondazioni. La casa del futuro non è pensata per accumulare, è vuota: contiene al suo interno il minimo indispensabile e non da’ spazio al superfluo.

Leonardo Di Chiara, architetto di 27 anni laureatosi l’anno scorso, l’ha progettata. Ha costruito aVOID (un vuoto), dentro cui vivere e con cui spostarsi. Sono 9 mq, la dimensione minima di una stanza per gli standard edilizi. E’ concepita come un oggetto di alta tecnologia e design, anche se è tutt’ora in fase di sperimentazione, ma ha l’ambizione di diventare in tutto autosufficiente e piena di ogni confort. Perché se è vero che l’esistenza delle persone è proiettata verso l’esterno (sempre più mutevole e lontano), è anche vero che persiste l’esigenza di trovare alcuni vantaggi tipici della sedentarietà. Come essere sempre reperibili (spostando la propria residenza e il proprio domicilio nel luogo in cui di volta in volta, e per un tempo sempre variabile, ci si trova a vivere); o come lavorare, divertirsi, informarsi, stringere relazioni,...

      

   

Idea e fotografie della casa mobile aVOID - © Leonardo Di Chiara

Non avevo capito l’originalità del progetto aVOID finchè non ho incontrato Leonardo. Sentirlo parlare in maniera semplice del vivere nomade, vederlo pronto a immortalare con un selfie qualunque avvenimento in maniera così naturale ed elegante, mi ha fatto capire quanto per lui (13 anni più piccolo della sottoscritta) fosse del tutto normale vivere in questa società. Senza grandi conflitti interiori, senza rimpiangere una realtà che non esiste più.
Un architetto come lui, di questa generazione, non può avere alcun interesse a restaurare la casa della nonna, la sua esigenza è quella di costruire un’abitazione su ruote per vivere nel mondo. Attenzione, non una casa su ruote per fuggire da una società vista come  inattendibile e perversa,  al contrario: una casa su ruote per vivere come la società attuale ci chiede di vivere.
In effetti a ben guardare la casa che Leonardo ha progettato (da un punto di vista architettonico e tecnologico) non è nulla di trascendentale. Molto prima di lui, generazioni di persone mosse da un senso profondo di straniamento, disagio e dolore per la loro condizione di vita (persone imprigionate nella routine quotidiana di casa-lavoro, lavoro-casa), avevano già autocostruito abitazioni del genere (TinyHause) con il desiderio di lasciarsi alle spalle la propria carriera, e andare alla ricerca del  senso “vero” della vita.

Molti di loro pensavano che questa verità si risolvesse con l’equazione:
verità = bellezza = natura= solitudine.

 
 Copertiona del film Into the Wild (fonte Wikipedia
La casa aVOID Tiny House in viaggio da Berlino a Roma © Leonardo Di Chiara

Pensate al grandioso film di  Seann Penn  “Into the Wild”. Un giovane ragazzo, appena laureato, va alla ricerca della felicità; fugge dalla società, rinuncia al rapporto con gli altri. Si spinge all’estremo per capire infine che la felicità non è nulla, se non c’è nessuno con cui condividerla. E ora riflettiamoci su. Per quanto la società attuale possa non piacerci,  è possibile vivere in questo mondo globale senza arrivare alla simmetrica e solitaria opposizione, al “gran rifiuto” e alla tragica ed eroica rinuncia al legame di cui è protagonista e martire il giovane Supertramp?
Leonardo, e verosimilmente chi si laurea oggi come lui, sostiene che la risposta sia nella vita nomade contemporanea. Con la sua casa lui intende costruire una nuova società, una nuova rete di persone che insieme possono dare un’identità e un senso positivo a questa società globale e liquida. Leonardo sostiene che pensare alla casa grande e stazionaria non ha più senso, così come non ha senso immaginarsi da soli immersi nella natura. In un periodo come questo, l’unica possibilità è quella di creare nuove relazioni, di aggiungere valore alle città sedentarie che si sforzano di restare immutevoli quando ormai nulla può rimanere tale. E’ abitare temporaneamente gli spazi vuoti delle città per portare nuove relazioni, nuove culture, informazioni, in maniera non solo virtuale ma anche fisica. Se Leonardo avesse ragione, e questo nomadismo diventasse la forma naturale del vivere dell’uomo, sarebbe estremamente interessante capire come  cambierà la struttura territoriale delle città e, ancor prima, come sarà necessario ripensare alla struttura statale degli ordinamenti vigenti.

Certo, in questo continuo e quanto mai naturale migrare, la chiusura ottusa dei confini tra gli Stati risuona ancora più insensata, triste e crudele.



Fotografia dell'interno e schizzo del concetto di aVOID Tiny House - © Leonardo Di Chiara


Pagina ufficiale Leonardo Di Chaiara, progetto aVOID: qui
Articoli relazionati:
Maggiori dettagli sull'analisi dei flussi migratori Wittgenstein Centre for Demography and Global Human Capital tra il 2005 e il 2010: qui

Bibliografia: "Globalizzazione e Nomadismo" di Fabio Macioce, Centro Studi TCRS
                      "L'uomo Nomade" di Jacques Attili, Spirali, Milano 2006




25 nov 2017

Los colores de las emociones


Ejercicio de mindfulness (atención plena) para visualizar nuestras emociones. Realizado en el ambito del Máster Universitario para la formación de profesores de E.S.O., Bachillerato y F.P. está pensado para que niños y jovenes puedan tomar conciencia de su estado emocional y como este incide en nuestro comportamiento de cada día, pero sin dudas es también aconsjado para adultos ¡Esperamos que lo disfrutéis!



Aprendizaje y enseñanza de Dibujo Artistico
UNIVERSIDAD VIU

un especial agradecimiento a Andrea Pontara

18 ago 2016

TENSEGRITY PAVILLION - IFAC 2016

Dal 16 al 25 saremo presenti a Almerìa con uno dei workshop per IFAC2016 - INTERNATIONAL FESTIVAL OF ART AND CONSTRUCTION. Equalogical Lab partecipa con Tensegrity Pavillon, insieme a un'offerta totale di 20 workshop che si svilupperanno in conteporanea nella localitá di Los Baños de la Sierra de Alhamilla. 



Tensegrity Pavillon rappresenta una rete di culture che si incontrano. Una struttura leggera e flessibile, è realizzabile facilmente, con un minimo di attrezzature e materili: offre l'opportunità di rendere il processo costruttivo un momento di condivisione di soluzioni comuni. Attraverso la leggerezza dei cavi, la snellezza della tubi di bambú e il cambiamento continuo tra luce e ombra, crea uno spazio che dissolve il limite tra interno ed esterno.  Il padiglione offre l'opportunità di sperimentare con nuovi modelli per gli spazi abitativi. La struttura nata dall'unione di sistemi in tensegryti con le tensostrutture. Le tensegrity sono utilizzate per gli elementi verticali e sono formate da elementi resistenti alla compressione (tubi) interconnessi in un rete di cavi. La tensostruttura, ispirata alle ragnatele, viene creata facendo girare una rete di cavi nello spazio e chiude l'area padiglione.



Il festival alla sua quinta edizione riunisce artisti e architetti, creatori e artigiani, ricercatori e studenti provenienti da tutto il mondo, per esplorare insieme contemporaneità in ambienti rurali. Questo festival nomade, scintillante e riflessiva, si sviluppa durante 10 giorni di workshop, discorsi, installazioni, musica, cibo e ha lo scopo di condividere informazioni e scoprire le risposte ai problemi contemporanei.

Per informazioni sui diversi whorkshop: http://www.ifac2016.com/workshops/
Iscrizioni e partecipazione a: http://www.ifac2016.com/tickets/



25 mag 2015

Rastrelliamoci e Festa della Ciclofficina La Strada_31 Maggio 2015


In occasione della Festa della Ciclofficina La Strada del 31 Maggio che si terrà negli spazi del CSOA La Strada, e di cui vi alleghiamo locandina e evento Fb https://www.facebook.com/events/513149958838816/ si terrà il primo incontro della campagna territoriale "Rastrelliamoci" a cui invitiamo tutti voi, orti, parchi, pedibicibus, spazi sociali, a partecipare.

"Rastrelliamoci" nasce all'interno del laboratorio territoriale sui temi della mobilità e la riorganizzazione dello spazio urbano che abbiamo chiamato "MuovitiOttavo", e dall'incontro con le architette dell' Equalogical Lab (http://equalogical.blogspot.it/)  che da anni nel nostro territorio e nel mondo organizzano iniziative aperte a tutti con l'obiettivo di costruire una cultura architettonica sostenibile.

L'idea nasce dall'esigenza di costruire iniziativa territoriale sui questi temi, in particolare sulla promozione della ciclabilità e la riorganizzazione dello spazio urbano legata a questa, e di farlo attraverso le pratiche di messa in comune che ci caratterizzano: dopo la prima fase di progettazione, infatti, la proposta è quella di organizzare un workshop di autocostruzione di rastrelliere e stalli bici - con materiali riciclati - per tutti i nostri spazi sociali (subito dopo l'estate).
Che ne pensate?

Durante il primo incontro di domenica, ad ogni realtà sarà chiesto di presentare (tramite foto se possibile o useremo GoogleMaps) quale spazio interno o esterno considera il migliore per il parcheggio bici e di quanti stalli bici pensa di avere bisogno, partendo da questo ragioneremo insieme sulle possibilità dei materiali da utilizzare e sulle forme degli stalli stessi! Vi suggeriamo di iniziare a pensarci da subito, sul web potete trovare tanti esempi.

11 mag 2015

Tensions Cromàtiques

Girona Temps de Flors 2015

des del 10 fins al 19 de maig

Fins al final d'aquesta setmana és possible visitar la ciutat de Girona amb les seves instal·lacions florals en els gardines, patis i carrers del centre històrics. Aquest any hem participats amb la instal·lació Tensions cromàtiques situada al punt 74 al passeig arqueològic - zona pins. Un lloc envoltat d'arbres i que permet diferents punts de visió i vistes.

Fino alla fine di questa settimana è possibile visitare la città di Girona con le sue installazioni floreali nei giardi, cortili e strade del centro storico. Quest'anno abbiamo partecipato con l' installazione "Tensions cromàtiques" situata al punto 74 del passeig arqueològic - zona pins. Un luogo circondato da alberi che consente diverse visioni e punti di vista.


 

Tensions Cromàtiques genera una coberta que no és ni opaca, ni contínua, ni a una vessant ni a dues. És una coberta espacial, amb infinits plans delimitats per cordes i que permet que el cel es vegi a través d’uns grans ulls de bou embolcallats de cintes de colors, ressaltant aquest diàleg entre la terra i el cel.  

Tensions Cromàtiques genera una copertura che non è né opaca continua, che non ha una pendenza e neanche due. Si tratta una copertura spaziale, formata da infiniti piani e delimitata da cavi che permette di vedere il cielo attraverso tre grandi oblò avvolti da nastri colorati, mettendo in risalto il dialogo tra la terra e il cielo.

La estructura lleugera, suspesa a sobre dels nostres caps és anclada als arbres que conformen l’espai. Tots els elements que la componen (cintes, corda...) són de baix pes, fet que, amb la tensió a la que estan sotmesos doten a la instal·lació d’una sensació de flotació. Així mateix se estableix una relació entre el cel i la terra a través de les combinacions cromàtiques entre els ulls de bou i als sacs des d'on sobresurten les plantes amb els seus diversos flors. 

La struttura leggera, sospesa sopra le nostre teste, è ancorata agli alberi che compongono lo spazio. Tutti gli elementi che la compongono (nastro, corda ...) sono poco pesanti, con la tensione a cui  vengono sottoposti danno all' installazione una sensazione di galleggiamento. Inoltre si stabilisce un collegamento tra cielo e terra attraverso le combinazioni cromatiche tra gli oblò e i sacchi, da cui emergono le piante con i loro diversi  fiori


 
  

Tensions Cromàtiques és un projecte natural, que es vol integrar en un entorn vegetal, per això utilitzem elements com la corda natural, sacs d’avellanes que ja no s’utilitzen més per aquest ús i que ara es transformen en torretes que contindran una nova vida. 

Tensions Cromàtiques è un progetto naturale che si vuole integrare in un intorno verde, per questo abbiamo utilizzato elementi naturali quali corde e sacchi delle nocciole non più utilizzati che ora diventano torrette contenenti una nuova vita.

Us esperem per visitar la nostra i les altres instal·lacions un moment que omple de colors i alegria tota la ciutat.

Ci auguriamo potrete visitare la nostra e le altre installazioni duranete questi evento che riempie di colore e di allegria l'intera città.




 

Un agraïment a Natalia per la seva participació en la fase de projecte i a Chiara per la seva participació en la construcció.


18 dic 2014

Il ramo e l'architetto


La natura è fonte di ispirazione e insegnamento.... la foglia, la crescita del ramo, la struttura dell'albero sono un esempio. Sempre affascinati dalle molteplici interpretazioni che si possono fare utilizzando diversi metodi di rappresentazione vi auguriamo un nuovo anno pieno di creatività!!

L'albero in materiale riciclato




La crescita del ramo



E per saperne di più potete vedere il libro digitale "Il ramo e l'architetto"
Consigliato a chi ama il disegno e la rappresentazione nelle sue molteplici tecniche insieme a uno sguardo poetico alla natura.

27 mar 2014

Work in progress #4 "Sotto Casa"




Gusci a gravità realizzati con tessuti imbevuti di cemento. Le tele ancora umide vengono appese sul sistema di cavi e lasciate seccare. Il risultato finale è un sistema collaborante di cavi e gusci rigidi, che interagiscono grazie alla forza di gravità utilizzata nella fase di costruzione.
 Altri post sullo stesso argomento:

http://equalogical.blogspot.it/2012/05/strutture-gravita.html

23 mar 2014

Work in progress n. 3 per “Sotto Casa”



La proposta tecnologica, sulla quale sarà basato il prossimo laboratorio di auto-costruzione “Sotto Casa”, rilancia il tema della tensione che si genera all’interno di un sistema integrato, o meglio auto-organizzato. I modellini in scala, necessari a istruire e coordinare i partecipanti, partono dalla precedenti esperienze in materia di cavi tesi, che si trasmettono gli sforzi l’uno con l’altro. Tema al quale sono stati dedicati in precedenza altri post su questo stesso blog:

28 feb 2014

Processi di autorganizzazione

Quando facciamo cadere della sabbia, della terra, delle pietre o biglie vediamo come si accumulano in verticale. la relazione tra la sua altezza e la base dipenderà dalla dimensione, forma e quantità degli elementi come dall'attrito che si genera tra loro.

Se immaginiamo di applicare dei limiti la forma di aggregazione non sarà più quella conica, ma, per esempio, cilindrica o cubica nel caso di una brocca d'acqua. Se questi limiti immaginari fossero il vuoto che ci circonda, allora le pietre che cadono inizierebbero a formare i muri che delimitano la nostra stanza.

Il pieno e il vuoto interagiscono nella definizione dello spazio che ci circonda.

Se osserviamo la caduta degli elementi con differenti forme geometriche a diverse dimensione (più piccola o più grande) gli elementi si accumulano l'uno sull'altro. Il processo è casuale ma non libero.

I processi legati alla caduta all'interno di limiti prestabiliti definiscono l'auto-organizzazione dell'insieme. Nel video proponiamo il gioco tra il vuoto come limite immaginario e il processo di aggregazione auto-organizzata di diverse forme (cubo, piramide e sfera) per definire le pareti della nostra stanza.

In natura tutto ció si mimetizza e si confonde con l'erosione del vento, la crescita delle piante con le loro radici, le pietre che si spaccano o la sabbia che si compatta con il tempo...

In architettura resta a noi ricercare la poesia tra gli elementi per (ri)stabilire una relazione tra costruito e natura.




6 gen 2014

Riguardo ai sistemi autorganizzati (prima parte)

Parlare di auto-organizzazione è scivoloso. Perché le definizioni fornite da biologi e matematici appaiono inaccessibili ai più (compreso lo scrivente). Perché gli algoritmi rappresentativi di sistemi autorganizzati sono di difficile accesso e applicazione.
Eppure può essere molto semplice produrre o riprodurre sul proprio tavolo da lavoro un insieme di elementi che suggeriscono forme di autorganizzazione.
Basta prendere un contenitore alimentare (quello del latte o dei succhi di frutta), pulirlo e tagliarlo a strisce. Nessun problema se i pezzi non saranno tutti uguali. I margini di tolleranza sono ampi, anche se non infiniti.
Incurvando le strisce di carta e plastica su se stesse e unendo gli estremi con una volgare cucitrice a punti metallici, vengono fuori degli anelli relativamente piccoli (4 o 5 cm di diametro, 1 o 2 cm di altezza). Anelli che possono essere uniti tra loro sempre con la cucitrice.
Il modo di giunzione degli anelli rappresenta il criterio di autorganizzazione per un sistema seppure così tanto casareccio e poco aristocratico. Scegliamo il più semplice, quello complanare: accostiamo gli anelli disposti su uno stesso piano e cuciamoli nel punto di contatto. Se gli anelli sono tutti uguali e ognuno è circondato da 6 anelli, il risultato è una superficie piana bucata. Ma gli anelli non sono tutti uguali e la superficie tende a incresparsi. Se poi ogni tanto un anello manca tende a formarsi una calotta.
La flessibilità del materiale permette la deformazione degli anelli che da tondi diventano ovali, oblunghi, distorti. E la deformazione degli anelli permette la modellabilità della superficie. Ogni elemento del sistema si organizza soltanto in funzione degli elementi vicini, come recita la principale definizione del principio di autorganizzazione. Nello stesso tempo i margini di tolleranza applicati a un elevato numero di ripetizioni generano una forma, un assetto complessivo del sistema con una propria identità figurativa.

La natura è piena di textures generate dalla ripetizione all’infinito di un elemento o meccanismo riproduttivo: coralli e spugne mantengono allo scoperto tanto gli elementi primari che si ripetono l’uno attaccato all’altro, quanto la variabilità delle combinazioni che lo stesso meccanismo riesce a produrre.
Anelli di carta e punti metallici servono a costruire dei macro-coralli? Giocando sulle deformazioni degli anelli, i raggi di curvatura della superficie passano dal molto stretto (1 o 2 diametri) all’infinito e la forma del macro-corallo si lascia modellare orientata o ispirata dalla bio-similitudine.

Considerazioni al margine:
- le prestazioni strutturali della forma generata dagli anelli è incredibilmente superiore alle strisce di carta utilizzate per costruirla;
- la deformazione sistematica degli anelli, necessaria alla modellazione del macro-coralli, producono un modello fisico fotografabile e testabile ma non traducibile un modello grafico e, meno che mai, in un modello strutturale;
- la bio-similitudine non riguarda tanto il materiale di partenza o la configurazione di arrivo, quanto il meccanismo di aggregazione e crescita degli elementi costitutivi.